ASSEGNO DI DIVORZIO: CONTA IL CONTRIBUTO FORNITO DAL CONIUGE ECONOMICAMENTE PIÙ DEBOLE ALLA CONDUZIONE DELLA VITA FAMILIARE

assegno di divorzio

Con la sentenza n. 18287 depositata in data 11 luglio 2018, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno risolto il conflitto giurisprudenziale creatosi a seguito dell’emissione della nota Sentenza “Grilli” (n. 15481/2017) – a cui moltissime Corti di merito si erano adeguate – che aveva ancorato l’attribuzione dell’assegno di divorzio alla valutazione dell’ autosufficienza economica dell’ex coniuge richiedente rescindendo ogni collegamento con il tenore di vita matrimoniale pregresso.

Le Sezioni Unite chiariscono che nello stabilire l’assegno di divorzio si deve, invece, adottare un “criterio composito” che tenga conto delle rispettive condizioni economico-patrimoniali e dia particolare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge al patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future e all’età.

Il nuovo orientamento prevede, in sostanza, che si debba valutare quale sia il contributo fornito dal coniuge economicamente più debole alla conduzione della vita familiare e, conseguentemente, alla formazione del patrimonio familiare e personale dell’altro coniuge, anche in relazione alle potenzialità future.

Alla luce di una valutazione comparativa della condizione economico-patrimoniale delle parti il Giudice chiamato a stabilire l’assegno dovrà tenere presente gli elementi indicati dall’articolo 5, comma 6, della legge 898/70: l’apporto dal richiedente fornito al ménage familiare, la durata del matrimonio e l’età dell’avente diritto.

Per la Cassazione l’assegno di divorzio ha una funzione “assistenziale”, per assenza incolpevole di mezzi di sostentamento, “compensativa” e “perequativa”, per il sacrificio di forze che hanno consentito all’altro coniuge di accumulare un patrimonio personale e di impiegare il proprio tempo nel lavoro.

La nuova sentenza chiarisce che “il contributo fornito alla conduzione della vita familiare costituisce il frutto di decisioni comuni di entrambi i coniugi, libere e responsabili, che possono incidere anche profondamente sul profilo economico patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell’unione matrimoniale“. “Lo scioglimento del vincolo” – scrivono i giudici – “incide sullo status ma non cancella tutti gli effetti e le conseguenze delle scelte e delle modalità di realizzazione della vita familiare”.

Per questo motivo, l’adeguatezza dei mezzi deve essere valutata non solo in relazione alla loro mancanza o insufficienza oggettiva ma anche in relazione a quel che il coniuge richiedente ha profuso per la realizzazione del progetto familiare comune.

Entrambi i criteri precedentemente adottati dalla giurisprudenza (cioè l’indipendenza economica e il tenore di vita) sono stati, quindi, parzialmente  mitigati (perché  ritenuti esposti al rischio dell’astrattezza e del difetto del collegamento con l’effettività della vita matrimoniale”) attraverso una interpretazione più equa – ancorata ai principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l’unione matrimoniale anche dopo lo scioglimento del vincolo – volta sostanzialmente a tutelare il coniuge economicamente più debole che,  nel corso del matrimonio, ha contribuito alla crescita sociale ed economica dell’altro coniuge e/o alla formazione di un patrimonio comune rinunciando, ad esempio, alle proprie ambizioni lavorative per dedicarsi alla famiglia.

Il giudice è, quindi, chiamato a valutare la situazione caso per caso, senza generalizzazioni di sorta, determinando l’ammontare dell’assegno richiesto dal coniuge effettivamente più debole (anche se indipendente economicamente) che dimostri il proprio apporto al successo professionale economico dell’altro, per compensare e riequilibrare le differenze economiche tenendo conto anche dell’età del richiedente e della durata del matrimonio.

 

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Posted on 13 luglio 2018 in Rapporti patrimoniali, Separazione e divorzio



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