Unioni civili e “Stepchild Adoption”: criticità e tentativi di mediazione

A pochi giorni dall’esame in Senato del disegno di legge Cirinnà, previsto per il prossimo 26 gennaio, cresce il dibattito sul riconoscimento delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Argomento che abbiamo già affrontato con l’analisi del contenuto del ddl e dei suoi punti critici (“Le unioni civili: perché tanti ostacoli alla approvazione di una legge?” ).

In particolare, è la questione inerente alla cd. “stepchild adoption” o “adozione del figliastro” (art. 5 del ddl) a suscitare i maggiori dissidi e a incontrare forte resistenza fra gli esponenti della Chiesa Cattolica, nonché fra le schiere più conservatrici del Parlamento e dell’opinione pubblica.

Ma perché?

Questo strumento è già ammesso per i coniugi in forza dell’articolo 44 lettera b) della legge 184 dell’83 e consente, all’uno, di adottare il figlio (anche adottivo) dell’altro.

Il ddl in discussione permetterebbe l’adozione del figlio o della figlia del partner anche nell’ambito delle unioni civili tra coppie omosessuali.

È proprio questa circostanza che – a detta degli oppositori della proposta – porterebbe a conseguenze negative, una su tutte l’incoraggiamento della maternità surrogata o “utero in affitto”, vale a dire di quella pratica in cui una coppia commissiona a una donna la gestazione e il parto di un bambino. Prassi vietata nel nostro ordinamento.

Per questo motivo, si sta facendo largo l’idea di una mediazione.

La proposta, di cui si è letto in questi giorni sui quotidiani nazionali, sarebbe quella di introdurre, in luogo della “stepchild adoption”, il cd. “affidamento rafforzato”: una figura ibrida, sui cui caratteri non ben definiti ancora si deve far chiarezza. La nostra normativa conosce infatti la figura giuridica dell’affidamento temporaneo per i minori le cui famiglie non sono in grado di fornire un ambiente familiare idoneo e quella dell’ “affidamento preadottivo”, che è il “periodo di prova” che precede la pronuncia di adozione definitiva.

A tal proposito va considerato che l’adozione e l’affidamento preadottivo perseguono scopi differenti e che diversi sono gli effetti da essi derivanti nel concreto.

Più specificatamente, l’affidamento temporaneo è una misura provvisoria che offre al minore la possibilità di superare (in un contesto familiare diverso dal proprio) una situazione di temporaneo disagio vissuta dalla propria famiglia di origine, con l’obiettivo di far rientrare il minore in essa e di mantenere il legame con i genitori biologici.

L’adozione, invece, interrompe del tutto i legami con la famiglia di origine e introduce definitivamente il minore nella famiglia adottiva.

L’istituto proposto con l’ultimo emendamento al ddl Cirinnà però assume segni distintivi e allo stesso tempo ambigui.

La strada proposta dell’“affidamento rafforzato” è allora quella più facile da percorrere?

Se è vero che, da un lato, condurrebbe finalmente a colmare il vuoto normativo che da troppo tempo caratterizza la legislazione italiana in materia di unioni civili; dall’altro, tuttavia, rappresenterebbe uno strumento di tutela insensibile alle attuali esigenze sociali, fatte proprie tra l’altro dai Giudici italiani, che con le loro sentenze (Tribunale di Roma, 30.07.2014 n. 299; Corte d’Appello di Milano, 16.10.2015) hanno riconosciuto legittima l’adozione del figlio del partner nelle coppie same-sex.

Non ci resta che auspicare a una presa di consapevolezza dell’evoluzione della società da parte del legislatore, che porti all’introduzione di una legge adeguata al tempo e non già superata ancora prima di nascere.

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Posted on 12 gennaio 2016 in Minori, Relazioni di coppia, Tutela della persona



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