Maternità surrogata: quali conseguenze per chi si reca all’estero?

Nell’articolo precedente abbiamo visto che la legge 40 del 2004 vieta il ricorso alla surrogazione di maternità punendo con la reclusione (da 3 mesi a 2 anni) chi realizza, organizza o pubblicizza tale pratica.

Per aggirare questo divieto, tuttavia, si è assistito negli ultimi tempi alla diffusione del cd. “turismo procreativo”: un trend che porta le coppie (eterosessuali e omosessuali) a recarsi all’estero, in quei Paesi dove la pratica è ammessa, per realizzare il loro sogno di maternità e/o paternità.

Diventare genitori in questo modo, però, è tutt’altro che semplice.

I problemi, in particolare, sorgono al rientro in Italia, quando l’atto di nascita redatto all’estero deve essere trascritto nei registri di stato civile da parte delle autorità italiane.

Infatti, se vi è il sospetto di una surrogazione di maternità, le autorità competenti non potranno procedere alla trascrizione dell’atto, in quanto contrario ai principi del nostro ordinamento, ma dovranno compiere i dovuti accertamenti.

Di recente, sono stati molti i casi portati all’attenzione dei Tribunali, sia in ambito penale sia in quello civile.

 

CHE COSA HANNO DECISO I GIUDICI?

IN AMBITO PENALE

Sul fronte penalistico, occorre sottolineare che non sono state adottate soluzioni uniformi.

In alcuni casi (ad esempio, Tribunale di Brescia, 23 novembre 2013) i giudici hanno stabilito che la coppia fosse colpevole del reato di alterazione di stato (art. 567 del codice penale).

Questa fattispecie punisce chi, al momento della formazione dell’atto di nascita di un neonato, gli attribuisce un genitore diverso da quello naturale, mediante false dichiarazioni o certificazioni.

Poiché, secondo la legge italiana (e ad eccezione dei casi di adozione), è madre solo colei che partorisce il neonato e padre solo chi presenta lo stesso corredo genetico del figlio, chi ricorre all’utero in affitto e, al momento della redazione dell’atto di nascita del neonato, dichiara di esserne il genitore naturale, ne altera lo stato civile, commettendo quindi il suddetto delitto.

In altre ipotesi (Tribunale di Milano, 8 aprile 2014), invece, i giudici hanno condannato le coppie per il più lieve reato di falsa attestazione (art. 495 del codice penale).

Tale fattispecie, restando in tema di surrogazione di maternità, interessa la fase successiva alla creazione dell’atto di nascita e si sostanzia in false dichiarazioni rese ad un pubblico ufficiale al momento della trascrizione del certificato.

Nel caso specifico di Milano, gli imputati sono stati puniti per aver dichiarato che la madre biologica del bambino fosse colei che procedeva alla registrazione in Italia dell’atto di nascita formatosi in India (anziché quella che lo aveva partorito).

Non sono comunque mancate sentenze di assoluzione da entrambi i reati (ad esempio, Tribunale di Varese, 8 ottobre 2014): dal reato di alterazione di stato perché l’atto di nascita era valido secondo la legge del Paese nel quale i richiedenti si erano recati per diventare genitori; dal reato di falsa attestazione in quanto la loro condotta non arrecava pregiudizio al bambino e, pertanto, doveva essere protetto il rapporto di parentela sorto tra lui e i genitori a seguito della surrogazione di maternità.

IN AMBITO CIVILE

Anche sul piano civilistico i Tribunali non si sono pronunciati in modo concorde.

A volte (Tribunale di Napoli, decreto 1 luglio 2011) è stata accolta la trascrizione dell’atto di nascita, privilegiando il riconoscimento del legame sorto tra i genitori sociali e il figlio, nonostante il ricorso alla tecnica della surrogazione. Nel fare ciò, tuttavia, i Giudici hanno precisato di non voler legittimare tout court la maternità surrogata, ma di perseguire semplicemente l’interesse superiore del bambino.

Altre volte, invece, i Tribunali si sono espressi nel senso di ritenere impossibile la trascrizione dell’atto di nascita e dunque impedendo il riconoscimento del rapporto genitoriale.

In alcuni casi, addirittura, i Giudici si sono spinti sino a prevedere l’allontanamento del minore dalla famiglia e, conseguentemente, a dichiarare lo stato di adottabilità del figlio così concepito e nato (Cassazione Civile, sez. I, 11 novembre 2014, n. 24001). Motivo della decisione è stata la mancanza di legami biologici fra i fruitori della maternità surrogata ed il figlio, tale da indurre la Corte ad affermare che il minore fosse del tutto privo di quell’assistenza morale e materiale che invece l’ordinamento pretende che gli sia riconosciuta.

 

LA CONDANNA DELLA CORTE EUROPEA

Bisogna tuttavia segnalare che con la sentenza del 27 gennaio 2015, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, pronunciandosi proprio su un caso italiano di allontanamento del minore dalla famiglia perché nato da madre surrogata, ha condannato il nostro Stato per tale decisione assunta dai Giudici.

In particolare, la Corte Europea ha stabilito che l’allontanamento del minore costituisca una violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, che può giustificarsi solo in caso di pericolo per il bambino e quindi di pregiudizio per quest’ultimo.

Per la Corte Europea, quindi, quello che si deve salvaguardare – a prescindere dagli strumenti utilizzati per crearlo – è il diritto del minore a vivere nella famiglia e il diritto delle coppie alla genitorialità.

IL DIBATTITO SOCIALE

La non univocità delle decisioni dei Tribunali e delle Corti Italiane sono in ogni caso lo specchio di quanto accade nella società. La pratica della maternità surrogata divide infatti in due l’opinione pubblica.

Come dimostra un recente sondaggio, infatti, sebbene larga parte degli intervistati abbia espresso il proprio consenso alla maternità surrogata (39%), la maggioranza si dichiara contraria a tale pratica (61%).

Naturalmente la discussione su questo tema coinvolge il mondo politico, alle prese con l’approvazione della legge sulle unioni civili.

È di pochi giorni fa, ad esempio, la proposta (contenuta in uno degli emendamenti al ddl Cirinnà, la cui discussione al Senato è prevista per il 2 febbraio 2016) di inasprire le pene per chi si reca all’estero per ottenere un figlio tramite l’“utero in affitto” e per chi organizza, favorisce o pubblicizza la pratica della surrogazione della maternità.

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Posted on 31 gennaio 2016 in Famiglia, Minori, Relazioni di coppia, Tutela della persona



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