Maternità surrogata: che cos’è e come viene disciplinata

Negli ultimi tempi si sente molto parlare di maternità surrogata.

L’argomento, che vede coinvolti nel dibattito comunità etico-scientifica, politica e collettività in generale, è da ultimo balzato agli onori di cronaca con la discussione sul riconoscimento delle unioni civili.

Occorre però sottolineare come il disegno di legge Cirinnà non menzioni espressamente la pratica in questione, ma susciti il timore di una sua diffusione quale conseguenza della introduzione della “stepchild adoption”. Per un approfondimento sul testo delle unioni civili, si veda l’articolo precedente.

In ogni caso, questo dibattito ci offre l’occasione per fare chiarezza sul tema.

CHE COS’È LA MATERNITÀ SURROGATA?

La surrogazione di maternità, detta appunto “maternità surrogata”, o anche gestazione per altri o gestazione d’appoggio (GDA), è la tecnica con cui una donna, per scelta libera e volontaria, mette a disposizione il proprio utero conducendo la gravidanza e il parto per conto di committenti.

La gestante si impegna nei confronti dei committenti a “consegnare” il nascituro, rinunciando sin dall’origine a pretese di rivendicazione sul neonato, che pertanto diventa a tutti gli effetti figlio della coppia committente.

I richiedenti possono essere sia single che coppie, eterosessuali o omosessuali. In caso di sterilità o di richiesta di un single sarà ovviamente necessario l’ausilio di un donatore.

COM’È DISCIPLINATA NEL MONDO?

 La disciplina si differenzia da Paese a Paese. In alcuni Stati la surrogazione di maternità è ammessa dalla legge: nel Regno Unito, ad esempio, essa è regolata da un contratto stipulato dopo il parto, mentre in Grecia è necessario che i genitori committenti richiedano l’approvazione del Tribunale prima ancora dell’avvio della procedura. In Ucraina, Russia, India e in alcuni Stati americani, è prevista la possibilità di una remunerazione esplicita di colei che porterà a termine la gravidanza.

In altri Stati, come Belgio, Irlanda, Paesi Bassi, Canada, pur non essendovi una disciplina normativa in materia di maternità surrogata, questa è ammessa ma come surrogazione “altruistica”, nella quale alla madre surrogata (cioè quella che porta a termine la gestazione) si offre un semplice compenso per le spese sostenute durante il periodo di maternità. Non sono invece consentiti gli accordi diretti a stabilire dei veri e propri pagamenti.

Vi sono Paesi, infine, in cui la pratica è vietata. È questo il caso di Italia, Francia e Germania.

E IN ITALIA, COSA PREVEDE DI PRECISO LA NOSTRA LEGGE?

Nel nostro ordinamento il ricorso alla maternità surrogata è vietato e la sua pratica è punita con la reclusione.

La legge n. 40 del 19 febbraio 2004, che regola la procreazione medicalmente assistita, stabilisce infatti all’art. 12, comma 6, che “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”.

Il divieto trova la sua ragion d’essere nei principi fondamentali del nostro ordinamento e nel fatto che per la legge italiana (art. 263 c.c.) madre è solamente colei che partorisce il figlio.

In forza di ciò, non è possibile ammettere il riconoscimento di un minore come figlio di colei che non lo ha partorito.

È bene inoltre considerare che il divieto di maternità surrogata costituisce un principio di cd. “ordine pubblico”. Si tratta cioè di una regola fondamentale del sistema giuridico italiano a garanzia, nello specifico, della dignità umana.

Nel nostro ordinamento è del resto ammesso un solo istituto nel quale la genitorialità biologica è totalmente distinta da quella giuridica ed è quello dell’adozione.

Si tratta tra l’altro di un istituto che prevede regole molto precise a tutela del minore e una permanente verifica da parte dei Tribunali sulle capacità genitoriali.

Tutele e verifiche che, come è ovvio, mancano radicalmente nella pratica della surrogazione di maternità.

 

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Posted on 22 gennaio 2016 in Famiglia, Minori, Relazioni di coppia, Tutela della persona



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