Le unioni civili sono già una realtà anche in Italia

In Senato ieri si è discusso della legittimità del ddl Cirinnà, al fine di verificare se il suo contenuto potesse essere contrastante con i principi della nostra Costituzione. Le questioni di pregiudizialità sono state respinte e ora si è passati alla discussione dei singoli articoli.

Come sappiamo, il problema maggiore è rappresentato dalla stepchild adoption, ossia la possibilità di adottare il figlio o la figlia del partner anche nell’ambito delle coppie omosessuali. Secondo alcuni, una volta approvata questa nuova tipologia di adozione, si aprirebbe la strada alla surrogazione di maternità (o cd. utero in affitto, pratica vietata dalla legge italiana) e, quindi, si incentiverebbe il turismo procreativo.

Nel frattempo, nelle piazze e nei salotti televisivi, i politici, i sociologi, i religiosi e la gente comune manifesta la propria opinione sulle unioni civili e “ragiona” sulle conseguenze della stepchild adoption. Così, in questi giorni, la parola “famiglia” è sulla bocca di tutti.

Sulla bocca di chi crede solo nella famiglia “tradizionale” (composta da un uomo e da una donna), anche se fallita dopo una separazione o un divorzio e magari allargata, grazie alla nascita di altri figli dopo l’unione con i nuovi partner. Di chi, quindi, è disposto a negare un diritto alle coppie gay per difendere la propria idea di famiglia. Di chi vede in questa nuova legge una minaccia (quale?) per la famiglia bigenitoriale. Di chi pensa che i bambini delle coppie omosessuali possano soffrire della mancanza di diversità nel genere dei genitori. E ciò senza considerare che i figli delle famiglie “tradizionali” sono spesso abbandonati, o maltrattati, o comunque pregiudicati dal comportamento egoistico dei genitori.

Ma anche sulla bocca di chi ritiene giusto che lo Stato italiano preveda un uguale trattamento per le coppie eterosessuali e per quelle omosessuali. Di chi vuole poter assistere il compagno o la compagna in ospedale, di chi vuole essere responsabile dei figli avuti dal partner, di chi vuole godere del patrimonio costruito insieme al partner dopo la sua morte. E ciò a prescindere dal genere femminile o maschile.

Ebbene, dobbiamo capire che il nostro Paese deve (senza accumulare ulteriore ritardo) riconoscere le unioni delle coppie omosessuali, garantendo loro gli stessi diritti e doveri previsti per le coppie eterosessuali. Ce lo impone l’Unione Europea. Ci spinge a farlo un senso di civiltà e di eguaglianza.

Ancora una volta la legge (tanto discussa) verrà approvata ed entrerà in vigore quando ormai la coscienza (della maggior parte) delle persone, sia nel mondo cattolico che in quello lavorativo, ha compreso che non possiamo ignorare questo tema.

Lo dimostrano i casi di cronaca.

Da un lato, un prete che con il consenso del vescovo, ormai un anno e mezzo fa, ha battezzato tre gemelle nate grazie alla surrogazione di maternità in Canada e figlie di un uomo che ha scelto con il proprio compagno di crearsi una famiglia.

Dall’altro, una cooperativa che lavora nell’aeroporto di Venezia che, con un accordo sindacale firmato dalla Filt Cgil, ha anticipato gli effetti voluti dal ddl Cirinnà, estendendo a tutti i lavoratori i diritti sino ad oggi riconosciuti alle sole coppie sposate. Nello specifico, sono stati garantiti tre giorni di permesso retribuito in caso di malattia o di morte del partner e di uno dei genitori del partner, nonché il congedo matrimoniale (anche per le coppie gay che si sposino all’estero).

Due esempi di sensibilità e di grande civiltà.

Silvia Aliprandi
Avvocato
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Posted on 3 febbraio 2016 in Famiglia, Minori, Relazioni di coppia



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