Il femminicidio: riflessioni su un fenomeno allarmante

Pochi giorni fa, il 25 novembre, è stata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne; una giornata dedicata al ricordo delle vittime e alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica, nonché volta ad analizzare le ragioni di questo fenomeno e a valutarne le dimensioni per proporre le soluzioni più idonee ad arginarlo.

Tanti di voi in questa circostanza si saranno posti una serie di domande:

– che cos’è precisamente il “femminicidio”?
– da dove nasce questo fenomeno?
– qual è la situazione in Italia?
– quali sono le pene per gli autori e le tutele per le vittime del femminicidio?

Cerchiamo di dare delle risposte procedendo per passi.

Che cos’è il femminicidio?

Sembra incredibile ma il termine “femminicidio” è stato introdotto nel nostro vocabolario solo intorno al 2011 per descrivere una categoria di crimini che comprende i casi di violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna “perché donna”.

La parola “femminicidio” raffigura un fenomeno che non è limitato alle sole ipotesi di omicidio delle donne, ma che ricomprende tutta una serie di comportamenti che incidono sulla loro libertà, dignità e integrità. Si tratta di condotte caratterizzate dall’avversione prevalentemente maschile nei confronti del genere femminile, che si manifestano in ambito lavorativo, familiare o sociale, quali: maltrattamenti, violenza fisica, o psicologica, o sessuale, o educativa, o ancora economica. Condotte che, se restano impunite, possono culminare nell’uccisione o nel tentativo di uccisione della donna oppure in altre gravi forme di violenza o di sofferenza.

È quindi “femminicidio” tutto ciò che implica un odio verso l’universo femminile “proprio perché tale”.

 

Le radici del femminicidio

Sappiamo che in Italia solo negli ultimi anni si è cominciato a parlare di “femminicidio”; tuttavia, questo fenomeno ha origini antichissime.

Basti pensare che, per secoli e secoli, le società (cosiddette “di tipo patriarcale”) sono state incentrate sulla figura maschile e hanno indotto l’uomo a identificare la donna come un oggetto di sua proprietà, subordinato al suo controllo, e come un soggetto privo di indipendenza e di autonomia, del tutto incapace di autodeterminarsi.

Questa visione distorta della realtà ha contribuito, nel passato, alla creazione di stereotipi in cui all’uomo era permesso di approcciarsi alla donna – sia nell’ambito familiare, che nel contesto sociale e lavorativo – in modo violento, aggressivo, denigratorio, irrispettoso e umiliante.

Tale mentalità ha portato la collettività a giustificare per molto tempo (e purtroppo in certi Paesi ancora oggi!) il femminicidio. Nel passato, infatti, si è sviluppata la (errata) convinzione, da un lato, che l’uomo fosse mosso da un sentimento d’amore o da un istinto passionale incontrollabile e, dall’altro, che la donna vittima della violenza fosse co-responsabile perché colpevole di aver “provocato” l’uomo (partner o semplice estraneo).

Un fenomeno in crescita: dati statistici del femminicidio in Italia

Il femminicidio è, dunque, un fenomeno che caratterizza la nostra società da sempre, ma che solo negli ultimi anni è finito sotto la lente di ingrandimento dell’opinione pubblica e delle Istituzioni.

I dati statistici più recenti, elaborati nel 2014 e contenuti nell’indagine Eu.r.e.s sulla violenza di genere, forniscono una fotografia della situazione italiana nell’anno 2013 e indicano che in quell’anno in Italia sono state 179 le donne uccise (il 35,7% dei casi di omicidio).

Le statistiche hanno confermato ciò che gli agenti di polizia e gli operatori del settore socio-assistenziale, legale e ospedaliero constatano ogni giorno, ossia che il femminicidio riveste per la maggior parte una dimensione domestica: oltre il 70% delle vittime è stata uccisa per mano di un familiare, del coniuge, del convivente, del fidanzato, dell’amante o dell’ex compagno.

Non vanno trascurati, tuttavia, nemmeno i casi di femminicidio avvenuti nell’ambito dei rapporti di vicinato, di lavoro o tra semplici conoscenti.

La normativa e gli strumenti di tutela in Italia

Di fronte ad una situazione così allarmante, il Governo italiano è corso ai ripari e ha emanato il decreto legge n. 93/2013, convertito nella legge n. 119/2013, con l’obiettivo di contrastare la violenza di genere, tutelare le vittime e quindi (cercare di) prevenire il femminicidio.

L’intervento del legislatore del 2013 ha inciso sia sulle norme del codice penale, che su quelle del codice di procedura penale.

Per quanto riguarda l’aspetto punitivo nei confronti degli autori della violenza contro le donne, sono stati introdotti:

– un aggravamento della pena quando i delitti di maltrattamenti in famiglia e di violenza sessuale sono perpetrati in presenza o ai danni di minori degli anni 18 oppure quando sono consumati ai danni di donne in stato di gravidanza (art. 61 comma 11 quinquies codice penale) ovvero quando l’autore della violenza sessuale è il coniuge – anche separato o divorziato – o il partner della vittima (art. 609 ter comma 5 quater codice penale);

– un ampliamento dell’ambito di applicazione delle aggravanti del reato di stalking: non solo al coniuge legalmente separato o divorziato, ma anche al coniuge “separato di fatto” o al soggetto legato alla vittima da relazione affettiva; nonché agli atti persecutori realizzati mediante l’utilizzo di strumenti informatici o telematici;

Per quanto riguarda, invece, gli strumenti di tutela a disposizione delle vittime, sono stati previsti:

– l’impossibilità da parte della vittima di “ritirare” la querela per stalking se la condotta persecutoria è stata posta in essere con gravi minacce ripetute (ad esempio attraverso l’uso di armi);

– un’attenta vigilanza sulla possibilità di revocare la querela per gli altri reati, al fine di garantire la libera determinazione e consapevolezza della vittima;

– la comunicazione al Tribunale per i Minorenni da parte del Magistrato che proceda per i delitti di maltrattamenti in famiglia, di atti persecutori e di violenza sessuale a danno di un minorenne o commessi da uno dei genitori di un minorenne a danno dell’altro, ai fini dell’adozione dei provvedimenti di affidamento dei figli o di decadenza dalla responsabilità genitoriale;

– l’applicabilità dell’ammonimento del Questore non solo agli stalker, ma anche ai responsabili dei reati di percosse o lesioni;

– la facoltà degli agenti di polizia giudiziaria di disporre, previa autorizzazione del pubblico ministero e in caso di flagranza di gravi reati (quali lesioni gravi, minaccia aggravata e violenze), l’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima (art. 384 bis proc. pen.);

– l’utilizzo del braccialetto elettronico per controllare chi è stato allontanato dalla casa familiare;

– la garanzia di segretezza circa l’identità di chi compie una segnalazione alle forze dell’ordine, per evitare il rischio di ritorsioni;

– la fruizione del patrocinio a spese dello Stato senza limiti di reddito per le vittime di stalking, di maltrattamenti in famiglia e di mutilazioni genitali femminili.

La strada da percorrere per garantire una piena tutela delle donne è ancora lunga, ma un aspetto senz’altro positivo è che la legge n. 119/2013 ha dato ampio spazio all’attività dei Centri anti-violenza e delle associazioni per i diritti femminili: realtà che svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione del femminicidio e nel supporto alle donne vittime di abusi e di maltrattamenti.

Silvia Aliprandi
Avvocato
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Posted on 1 dicembre 2015 in Relazioni di coppia, Tutela della persona



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