Fedeli separati? La Diocesi di Milano apre le porte

L’8 settembre scorso presso la Curia Arcivescovile di Milano è stato aperto l’Ufficio Diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati.

Questo Ufficio avrà nei prossimi 3 anni la funzione di fornire un primo approccio di orientamento alle coppie già separate o che sono giunte alle scelta della separazione ma non l’hanno ancora attuata.

Nell’espletamento delle sue funzioni istituzionali di consulenza e di supporto, l’Ufficio avrà la possibilità di coinvolgere Consulenti esterni individuati tra i collaboratori dei Consultori familiari cattolici e del Tribunale ecclesiastico regionale lombardo.

MA QUALE SUPPORTO SARÀ FORNITO IN CONCRETO?

Come espressamente previsto nell’atto istitutivo, l’Ufficio Diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati potrà svolgere una delle seguenti attività di supporto:

  1. accogliere le coppie in crisi e verificare se nella coppia vi sia la possibilità di riconciliazione;
  2. in caso negativo, indagare le ragioni della crisi coniugale e, conseguentemente, indirizzare i fedeli verso la nullità del matrimonio;
  3. in questo caso, fornire assistenza nella valutazione degli elementi necessari per impostare il giudizio vero e proprio davanti agli organi ecclesiastici competenti (vedremo in un prossimo articolo come è cambiata la normativa processuale canonica in materia di nullità del matrimonio).

Pare che l’Ufficio in questione svolga un’attività di consulenza finalizzata a favorire l’accesso al processo canonico di nullità del matrimonio.

Processo che rischia di porsi in concorrenza con quelli puramente civilistici della separazione e del divorzio.

DOVE NASCONO I PROBLEMI?

Nell’ottica appena descritta, il procedimento di nullità del vincolo matrimoniale potrebbe, dunque, addirittura trasformarsi un’alternativa al divorzio per le coppie sposate con rito concordatario.

Credo che sia opportuno da subito segnalare i rischi di una simile eventualità.

Il processo canonico di nullità ha proprie regole specifiche nelle quali non è il caso di addentrarsi per la loro complessità.

Dobbiamo però evidenziare che la sentenza canonica di nullità del matrimonio non è immediatamente valida per l’Italia, ma deve essere riconosciuta nel nostro Stato.

Questo riconoscimento avviene tramite il processo di delibazione, un vero e proprio procedimento civile che si svolge innanzi ai Giudici della Corte d’Appello i quali sono chiamati a verificare se la sentenza soddisfa i requisiti previsti dalla nostra legge per essere riconosciuta e, in particolare, se la sentenza ecclesiastica non sia contraria all’ordine pubblico italiano.

Inoltre, si deve sapere che non tutte le cause di nullità del matrimonio canonico sono valide per lo Stato Italiano.

Ad esempio, non sono state riconosciute valide le cause di nullità del matrimonio fondate sulla mancanza di fede cattolica della moglie dopo tre anni di convivenza e la nascita di una figlia (Cass. sent. n. 16379/2014) o fondate sulla immaturità psicologica e impotenza a generare del marito dopo ben dodici anni di matrimonio (Cass. sent. n. 1494/2015). Ciò in quanto, per l’ordinamento italiano, la convivenza coniugale protratta nel tempo crea una situazione di stabilità collettiva, fonte di diritti, doveri, responsabilità e legittime aspettative.

In questi casi la Corte d’appello non potrà delibare la sentenza ecclesiastica, con la conseguenza che per sciogliere il matrimonio agli effetti civili si dovrà affrontare comunque il giudizio di divorzio e, quindi, un doppio procedimento.

MA QUALI POSSONO ESSERE LE CONSEGUENZE DELLA NULLITÀ DEL MATRIMONIO CONCORDATARIO?

Deve essere precisato che la sentenza che rende nullo il matrimonio concordatario, una volta riconosciuta in Italia, per il tramite del procedimento di delibazione, elimina il matrimonio.

Che cosa succede quindi ai figli nati dalla coppia e al coniuge più debole che magari percepisce un assegno di mantenimento o comunque dipende economicamente dall’altro?

Entrano in gioco in questo caso le norme che regolano il matrimonio putativo (artt. 128 e ss. c.c.), ovvero:

  1. con riguardo ai figli: essi sono considerati figli nati in costanza di matrimonio e hanno diritto a essere mantenuti, istruiti ed educati dai propri genitori;
  2. con riguardo al coniuge, potranno essere assunti per un massimo di tre anni dei provvedimenti di natura economica in suo favore a condizione che il coniuge che richiede il contributo sia stato in buona fede, non abbia adeguati redditi propri e non sia passato a nuove nozze. Inoltre, è previsto il diritto a un’indennità per il danno sofferto nel caso di mala fede del compagno.

Occorre segnalare che qualora la sentenza di nullità del matrimonio intervenga quando sia pendente la separazione o il giudizio di divorzio, il coniuge più debole perderà il diritto di richiedere l’assegno di mantenimento, potendo solo domandare il versamento di somme periodiche per un massimo di tre anni.

Facciamo un esempio concreto: una coppia sposata con rito concordatario dalla quale sono nati due figli si separa. In sede di separazione, il marito riconosce un assegno per il mantenimento dei figli e un altro assegno per il mantenimento della moglie. Nelle more, il marito chiede che sia dichiarata la nullità del matrimonio all’autorità ecclesiastica, che ottiene, con conseguente delibazione della sentenza.

In questo caso, il matrimonio sarà nullo anche agli effetti civili e la moglie perderà il diritto di continuare a chiedere l’assegno divorzile, che non le potrà più essere riconosciuto.

 

Paola Silvia Colombo
Avvocato
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Posted on 28 settembre 2015 in Famiglia, Relazioni di coppia, Separazione e divorzio



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