Dove non arriva la legge, arrivano i giudici: la Cassazione dice sì alla Stepchild Adoption

Con la sentenza n. 12962 del 2016, la Corte di Cassazione ha ammesso per la prima volta la stepchild adoption. Ha confermato infatti la decisione della Corte d’Appello di Roma, che aveva accolto la domanda di adozione di una minore proposta dalla compagna della madre biologica.

IL CASO

Il caso ormai lo conosciamo tutti: una coppia di donne, legate da una relazione sentimentale e conviventi da anni, decide di avere una figlia tramite la procreazione assistita in Spagna.

Al rientro solo la mamma biologica (che ha partorito la bambina, dopo che i suoi ovuli sono stati fecondati dal seme di un donatore) è riconosciuta tale in Italia. La mamma “sociale”, invece, non ha alcun diritto. Nemmeno dopo che la coppia omosessuale si è iscritta nei registri delle unioni civili del Comune di appartenenza e neppure dopo aver contratto matrimonio all’estero.

Comincia allora una lunga battaglia al Tribunale per i Minorenni e poi in Corte d’Appello, che è finalmente terminata – con una grande vittoria – in Corte di Cassazione.

PERCHÉ È IMPORTANTE QUESTA PRONUNCIA?

Non si tratta di una delle tante recenti pronunce che ammette di adottare il figlio del compagno, anche in caso di coppia dello stesso sesso. Negli ultimi due anni sono stati diversi, infatti, i giudici di merito che si sono pronunciati in questo senso.

Ciò che rende questa sentenza importante è il fatto di essere stata emessa dalla Corte di Cassazione. Cioè dal nostro giudice supremo, da quell’organo che nel nostro sistema giuridico rappresenta l’ultimo grado di giudizio (garantendo la definitività di una pronuncia) e che svolge la funzione di interpretare le leggi.

Le pronunce della Corte di Cassazione forniscono, quindi, tramite i principi in esse contenuti, un indirizzo che i giudici di grado inferiore (dei Tribunali e delle Corti d’Appello) potranno seguire quando si troveranno a decidere su un caso simile.

D’ora in poi perciò via libera alle adozioni del figlio del partner?

COSA SUCCEDERÀ ADESSO?

La stepchild adoption non verrà comunque pronunciata in modo automatico.

Ogni caso è a sé e la possibilità di adozione del figlio del partner dovrà essere valutata dai giudici, tramite un’indagine approfondita, tenendo in considerazione solo ed esclusivamente l’interesse del minore.

Il minore è il vero destinatario degli effetti positivi che l’adozione comporta.

La pronuncia mira, infatti, a dare riconoscimento giuridico alla continuità affettiva ed educativa della relazione esistente tra il minore (adottando) e l’adulto (adottante) che con lui condivide la quotidianità e che si occupa di lui, esattamente come farebbe un genitore.

Così come nel caso di specie, in cui la mamma adottante aveva convissuto con la figlia della mamma biologica sin dalla nascita, partecipando attivamente alla vita della piccola.

PERCHÉ LA CORTE DI CASSAZIONE HA DETTO SÌ ALLA STEPCHILD ADOPTION?

La stepchild adoption è stata una delle questioni più discusse della Legge Cirinnà sulle unioni civili, entrata in vigore lo scorso 5 giugno.

La Legge n. 76 del 2016 è silente sul tema delle adozioni: da un lato non ammette l’automatica estensione della legge sulle adozioni (legge n. 184 del 1983) alle parti dell’unione civile; dall’altro non ne vieta l’applicazione.

In questo silenzio legislativo allora i giudici applicano le norme esistenti alla luce dell’interesse del minore e delle esigenze sociali.

Nello specifico, applicano la norma dell’art. 44 della legge 184 del 1983 che prevede la possibilità, non solo per le coppie sposate, ma anche per i single, di adottare un minore in “casi particolari”.

Tra questi casi particolari vi è quello dell’impossibilità di affidamento preadottivo del minore (prevista dalla lettera d dell’art. 44 comma 1), ipotesi che è stata interpretata dalla Corte di Cassazione:

– non solo come impossibilità di fatto, ossia quando – sebbene il minore sia stato dichiarato adottabile – non viene reperita una coppia adottante (coniugata e quindi eterosessuale) per giungere all’adozione legittimante;

– ma anche come impossibilità giuridica, ossia quando – seppure in assenza di stato di abbandono (cioè nel caso in cui il minore abbia un genitore o un parente che si prende cura di lui) – vi è un interesse del minore al riconoscimento dei rapporti di genitorialità.

L’adozione del figlio del partner va ricondotta, quindi, nell’ambito di questa norma, che nell’intenzione del legislatore doveva rispondere all’esigenza di rafforzare i legami di fatto esistenti in ambito familiare e di trovare una soluzione per le situazioni in cui non sia possibile l’adozione legittimante (concessa solo ai coniugi).

Non prevendendo tale norma alcuna differenza tra single o coppie conviventi eterosessuali o omosessuali, nessuna discriminazione è ammessa.

È sulla base dell’interpretazione di questa norma e alla luce dei principi che hanno ispirato gli interventi legislativi di riforma della filiazione, quindi, che la Corte di Cassazione si è pronunciata.

È così che finalmente è stata riconosciuta una nuova forma di genitorialità.

logo_psc_law

Posted on 24 giugno 2016 in Famiglia, Minori, Relazioni di coppia, Tutela della persona



Condividi questo articolo su:

Back to Top