Assegno di divorzio: quando viene riconosciuto?

Se la rottura di un matrimonio può essere fonte di rinascita e liberazione da un passato evidentemente poco felice, la sentenza di divorzio determina molto spesso l’obbligo di un coniuge verso l’altro di versare un assegno mensile tale da ristabilire un equilibrio tra le parti.

L’assegno divorzile ha, sulla carta, una funzione assistenziale verso il coniuge cosiddetto “debole”, ma, nella realtà di tutti i giorni, la somma stabilita dal Giudice crea talvolta problemi rilevanti. Quante volte ha creato notizia il caso di mariti impoveriti da mogli pretenziose che si sono viste attribuire assegni di divorzio molto elevati in nome di un agiato tenore di vita goduto in costanza di matrimonio? È giusto che questo accada?

Cosa prevede la legge sull’assegno divorzile?

L’art. 5, comma 6 L. 898/1970 stabilisce la corresponsione dell’assegno qualora il coniuge debole (solitamente la donna) non abbia i mezzi adeguati – o non possa procurarseli per ragioni oggettive – per poter mantenere il tenore di vita goduto (o godibile) in vigenza di matrimonio.

Ma il “tenore di vita” non è l’unico criterio su cui basarsi. Infatti, la norma precisa che la misura dell’assegno debba essere determinata in base ad altri parametri, quali le condizioni dei coniugi, le ragioni della decisione, il contributo personale ed economico dato da ciascuno dei due, il reddito di entrambi e la durata del matrimonio.

Ma in concreto cosa fa il Giudice per determinare l’assegno?

Il Giudice in una prima fase valuta l’esistenza del diritto all’assegno di divorzio e considera dunque se i redditi del richiedente sono tali da permettere di conservare il “tenore di vita matrimoniale” che è considerato tetto massimo cui far riferimento. In una seconda fase, egli determina in concreto la somma da versare attraverso i parametri di legge, che potrebbero diminuire e addirittura azzerare la somma inizialmente ipotizzata. Così prevede infatti la legge e le molte sentenze della Corte di Cassazione (da ultima, Cass. Civ. n. 2546/2014).

Questo orientamento e questo modo di procedere è stato confermato da una recentissima sentenza costituzionale dell’11 febbraio 2015. La Corte, sollecitata dal Tribunale di Firenze, ha ribadito che il tenore di vita non è l’unico criterio da valutare per stabilire quanto il coniuge “forte” debba all’altro, ma si traduce in un parametro da bilanciare con tutti gli altri tenendo conto della situazione concreta. Ad esempio, l’aver sposato un partner molto ricco, solitamente non implica un assegno divorzile elevato se il matrimonio è durato pochi anni o addirittura alcuni mesi.

Ma esiste un reale bilanciamento degli interessi delle parti?

La legge, così come le sentenze della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale, sembrano chiare nell’affermare che il Giudice dovrebbe cercare di garantire un equilibrio economico tra i coniugi dopo il divorzio.

Certo è che spesso la realtà è ben diversa, e di tutto si può parlare fuorché di bilanciamento degli interessi delle parti. Questo accade perché nella decisione del Giudice entrano in gioco elementi di valutazione che non sono oggettivabili in assoluto. Se, infatti, alcuni criteri, come il reddito delle parti, hanno indubbiamente valore oggettivo (anche se non sempre!), altri invece, come le ragioni per le quali il matrimonio è finito (cosiddetto criterio delle “ragioni della decisione”), sono soggetti a valutazione discrezionale.

Non resta allora che confidare in un Giudice attento alle esigenze non solo del coniuge debole, ma anche di quello che può diventare tale dopo il divorzio, evitando così che il mantenimento dell’ex partner lo impoverisca a vita.

Posted on 4 marzo 2015 in Famiglia, Relazioni di coppia, Separazione e divorzio



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