L’assegnazione della casa familiare nella separazione: le regole fondamentali

Una delle domande che più di sovente ci vengono rivolte nel momento della crisi della coppia è: “che fine farà la casa familiare?”. Sia gli uomini che le donne hanno paura di “perderla” e di doverla lasciare all’altro. La casa, d’altra parte, rappresenta per tutti noi un luogo di stabilità, tanto più importante in un frangente così delicato come quello della separazione.

I principi che regolano le sorti della casa familiare sono identici sia che si tratti di una coppia sposata, sia che si tratti di coppie conviventi.

A prescindere dal fatto che la proprietà sia dell’uno o dell’altro partner, oppure comune ad entrambi, la scelta di chi continuerà a vivere nella casa familiare dipenderà dalla presenza o meno di figli. La casa familiare, infatti, viene generalmente assegnata al genitore con il quale i figli convivono.

MA CHE COSA SI INTENDE PER “CASA FAMILIARE”?

La casa familiare è il centro in cui si sviluppa il nucleo familiare in virtù di una convivenza permanente e duratura. È il luogo, di riferimento e di aggregazione per i membri della famiglia, in cui la stessa pone la propria residenza.

È escluso, quindi, che possa considerarsi tale qualunque altra abitazione ove la famiglia permane saltuariamente e temporaneamente. Non può essere assegnata, ad esempio, la casa di villeggiatura al mare o in montagna.

Secondo la giurisprudenza, nell’assegnazione della casa familiare devono essere ricompresi anche i mobili e gli arredi. Ciò in quanto essa deve essere individuata in tutti quegli elementi accessori che hanno caratterizzato la coabitazione della famiglia e che, pertanto, sono necessari alla conservazione dell’habitat domestico.

QUAL È LO SCOPO DELL’ASSEGNAZIONE DELLA CASA FAMILIARE?

Alla base dell’assegnazione della casa familiare vi è un preciso scopo: quello di tutelare la prole, garantendo ai figli la conservazione dell’ambiente domestico, inteso come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini della vita familiare, anche successivamente alla separazione dei genitori.

Motivo per cui l’abitazione nella casa familiare spetta, di preferenza, al genitore collocatario dei figli minorenni o convivente con i figli maggiorenni non economicamente autosufficienti o portatori di handicap grave, a prescindere da chi sia il proprietario dell’immobile.

Ne consegue, invece, che non vi sarà assegnazione della casa familiare se non vi sono figli da tutelare perché maggiorenni ed economicamente indipendenti.

QUALI SONO LE SITUAZIONI IN CUI SI PUÒ PERDERE IL DIRITTO AL GODIMENTO DELLA CASA FAMILIARE?

Proprio perché strettamente connesso alla tutela della prole, il diritto al godimento della casa coniugale viene meno al raggiungimento della maggiore età e dell’indipendenza economica da parte dei figli. È facile comprendere come tale limite sia indispensabile in quanto, in sua assenza, l’assegnazione si tradurrebbe in una sostanziale espropriazione (praticamente per tutta la vita dell’assegnatario) del diritto di proprietà in danno del proprietario stesso.

Tuttavia, la legge prevede altre ipotesi che comportano la perdita per l’assegnatario della casa familiare e che, pertanto, meritano attenzione. Si tratta, in particolare, delle ipotesi in cui l’assegnatario:

a) non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare;

b) instauri una convivenza more uxorio;

c) contragga un nuovo matrimonio.

QUALI TUTELE PER L’ASSEGNATARIO?

Dobbiamo considerare, inoltre, che l’assegnatario della casa familiare può essere esposto al rischio che il proprietario (ma non assegnatario dell’immobile) la venda ad un terzo – per ripicca o per vendetta – lasciandolo privo di un’abitazione per sé e per i figli.

Il legislatore, tuttavia, ha predisposto una tutela per tali situazioni.

Per evitare pregiudizi a carico del genitore assegnatario e dei figli conviventi, vige il principio per cui il terzo acquirente dell’immobile in epoca successiva al provvedimento di assegnazione è tenuto, per nove anni dalla data dell’assegnazione ovvero, nel caso di trascrizione del provvedimento nei registri immobiliari, oltre i nove anni, a rispettare il godimento dell’assegnatario.

In legalese si dice che il provvedimento di assegnazione della casa familiare (così come quello di revoca) è trascrivibile ed opponibile ai terzi.

QUALI ONERI A CARICO DELL’ASSEGNATARIO?

Ricordiamoci, infine, che a fronte di un diritto vi è sempre un obbligo a carico del soggetto. Questo principio vale anche per l’assegnatario della casa familiare.

Colui che beneficia del godimento dell’immobile assegnato giudizialmente dovrà sostenere una serie di spese. Tra le quali attualmente rientrano:

– le spese ordinarie relative all’immobile (mentre le spese straordinarie restano a carico del proprietario, salvo che le parti pattuiscano una ripartizione diversa dei costi);

– il pagamento della Tasi (la tassa sui servizi indivisibili), secondo le regole e con le detrazioni decise dal Comune (l’assegnatario, infatti, viene considerato titolare del diritto di abitazione, a prescindere dalla quota di proprietà);

– il pagamento della Tari (la tassa sui rifiuti), che viene richiesta direttamente dal Comune mediante invio di bollettino o di F24 precompilato.

Un’ultima precisazione.

L’Imu sulla casa familiare è a carico del genitore assegnatario che però, utilizzandola come abitazione principale, a partire dal 2014 è esonerato dal pagamento di tale imposta (a meno che non si tratti di case di lusso). Ne consegue, quindi, che né la mamma assegnataria della casa familiare, né il papà che sia andato ad abitare in un altro immobile di proprietà dovranno pagare l’Imu sulle rispettive case, in quanto si tratta di due abitazioni principali.

Posted on 12 marzo 2015 in Assegnazione casa familiare, Famiglia, Relazioni di coppia, Separazione e divorzio



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